• Nuovo record per export agroalimentare nel 2019, ma produzione agricola in calo

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    Tra clima avverso e congiuntura sfavorevole il settore primario italiano ha fatto registrare un 2019 in chiaroscuro. La produzione e il valore aggiunto sono diminuiti, con il coinvolgimento di quasi tutti i settori, mentre l’export agroalimentare è aumentato toccando un nuovo livello record, ben oltre i 44 miliardi di euro. Il resoconto dell’andamento del settore arriva da Ismea con l’ultimo rapporto Agrosserva.

    Cresce l’export in Usa

    La performance dell’agricoltura italiana è stata penalizzata dalla congiuntura internazionale, dal rallentamento degli scambi globali, dalle incognite sulle relazioni con il Regno Unito dopo la Brexit, dalle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e sopratutto dalle condizioni climatiche. Per il 2019 la produzione è diminuita dell’1,3% rispetto all’anno precedente mentre il valore aggiunto è sceso del 2,7%. Dal settore cerealicolo alla frutta, dalla zootecnia all’uva da vino, la flessione della produzione ha risparmiato solo pochi settori (olio e ortaggi/patate). 

    L’effetto negativo del clima si è visto ad esempio sull’andamento dei prezzi. Le coltivazioni e i prodotti zootecnici hanno contribuito all’aumento del 2,5% dei prezzi agricoli in un contesto di stabilità generale dei costi portando così a un miglioramento della ragione di scambio. Tuttavia il miglioramento è stato vanificato in diverse occasioni proprio dal maggiore utilizzo di input per via del clima, con raccolti inferiori alla media.  

    La nota molto positiva deriva invece dall’export che ha raggiunto 44,6 miliardi di euro staccando del 5,3% il livello dell’anno scorso. Made in Italy ancora forte fuori dai confini Ue (+11,1% negli Usa anche se qui si dovranno vedere gli effetti dei dazi in vigore da novembre).

    Leggero recupero del mais, ma import cerali in ascesa

    Nella filiera cerealicola l’Italia ha mostrato in maniera ancora più netta la sua dipendenza dai mercati esteri. Il raccolto nazionale di grano duro è sceso di oltre il 7% su base annua, con alcune regioni del Centro e del Nord in particolare difficoltà (3,8 milioni di tonnellate raccolte; calo per superfici e resa per ettaro, con -4,3% -3%). Sono aumentate del 31,9% le importazioni di questo cereale superando i 2,2 milioni di tonnellate. Anche per il grano tenero sono state registrate produzioni e superfici in calo (-2,2% per 2,7 milioni di tonnellate).  

    Il mais ha invece recuperato un po’: sono aumentate le superfici del 7% raggiungendo i 632 mila ettari dopo il minimo storico del 2018, i raccolti sono saliti del 2,5% ma le rese unitarie sono diminuite per via delle basse temperature e delle piogge di maggio che hanno interessato soprattutto Lombardia e Veneto. L’inversione di rotta ha interessato un settore, quello maidicolo, in forte sofferenza da diversi anni. La conseguenza è la forte crescita della domanda di granella estera da parte dell’industria mangimistica. L’import di mais nel 2019 ha fatto segnare un aumento dell’11,8%.

    Meno carne in tavola

    Sul fronte dei consumi gli acquisti di carne si sono contratti di 2 punti percentuali anno su anno. Nel quarto trimestre è tornato in calo il mercato del pollo, con una domanda che non ha assorbito l’offerta abbondante: i consumi sono scesi dell’1% ma i prezzi hanno mantenuto positiva la spesa. Nel comparto suinicolo c’è stato il classico calo degli acquisti del periodo estivo, dopo i risultati positivi della prima parte dell’anno, con una generale flessione dell’1,2% in valore rispetto al 2018. Stabili gli acquisti dei salumi con un aumento leggero (1,3%) della spesa. Tra i prodotti lavorati di carne suina sul fronte export sono diminuiti i prosciutti disossati, gli speck e i culatelli (-1,9% in valore e -1,4 in volume) mentre sono salite le spedizioni di salumi e insaccati (+4,2 il valore e +2,5% i volumi).

     

    Foto: © Frank Seifert - Fotolia

    redazione 12-03-2020 Tag: Ismeaagroalimentareagricolturaexportcereali
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